Divertimento, grinta, esempio: intervista al “capitano” Lello Marras

Febbraio 11, 2024
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Negli ultimi 15 anni in molti, iniziando le giovanili, saranno stati presi in disparte da coach Sciretti. Qualche complimento, qualche rimprovero, e soprattutto un consiglio: per diventare un giocatore, occorreva guardare il comportamento in campo del capitano e cercare di prendere esempio. Antonio Marras, per tutti Lello, ha scelto la continuità: ha preferito restare a Olbia, dove porta avanti, col fratello, l’azienda di famiglia (Cri Service, azienda di trasferimenti con conducente); soprattutto, ha scelto la pallacanestro, l’Olimpia e il biancorosso come seconda casa.Qualcuno l’ha definito un “prototipo” della nostra piccola scuola: voglia di divertirsi, di combattere, andare oltre le difficoltà. Dove a volte non arrivano il talento e i centimetri, possono arrivare la grinta e l’intelligenza: e Lello, con lo spirito giusto, ha prima lottato per ritagliarsi un posto; è riuscito a diventare protagonista in campo e poi veterano. Due anni dopo un brutto infortunio, ha ripreso a seguire i giovani dell’under 17, per mostrare ai giovani come si diventa capitano. In queste giornate di carnevale, ha scelto di condividere i suoi pensieri con noi.

  1. Una vita dentro lo stesso campo, una vita con gli stessi colori: com’è iniziata la passione per la pallacanestro?

Quanto tempo… Abitavo vicino alla palestra di Via Vignola. Allora si diceva “vado all’Olimpia” per intendere il campo vicino alla scuola elementare. Il motivo della scelta? Forse seguivo una mia compagna di scuola, andavamo a piedi insieme.

Per un periodo lasciai la palla a spicchi per giocare a calcio: avevo persino comprato le scarpe come quelle di Zidane! Ma fu una parentesi di pochi mesi, presto preferii il chiuso di una palestra. Feci tutti i primi anni con Corrado Gambino, ma ricordo anche la durezza degli allenamenti di Lina Tuveri. 

  1. Come ti definiresti come giocatore?

Un gran rompiscatole. Da ragazzino io e Domenico Canu eravamo i più prolifici, ci dividevamo i punti. Poi hanno cambiato la regola dei passi con la virata e sono rimasto fregato! Ho smesso di segnare e mi sono dedicato alla difesa: i primi anni in prima squadra avevo sempre il compito di marcare i più forti. 

Per quello che sono diventato negli anni, poi, mi definirei un trascinatore: con i gradi di capitano e le lotte sotto canestro mi sono ritagliato il mio spazio.

  1. Quale periodo ricordi con maggior piacere? Partiamo con qualche indizio: le giovanili, gli anni da giovane con la C nazionale, i campionati di promozione al seguito dei più esperti; gli ultimi anni da veterano.

Difficile dirlo. Gli anni in cui cominciavo ad allenarmi con la prima squadra in C Nazionale sono stati sicuramente una scuola, tutti i giorni si aveva qualcosa da imparare.

Certo, le soddisfazioni più grandi sono arrivate quando vincevamo i campionati di promozione e Serie D, per poi arrivare a giocarci i playoff di C Regionale. Sotto la guida di giocatori esperti come Renato Rossi, Domenico Abeltino e Nicola Basanisi ci divertivamo, andavamo a fare le trasferte a Cagliari con squadre di ottimo livello; vincevamo tante partite, diventavamo grandi. Ascoltando Renato Rossi, soprattutto, imparavo tantissimi trucchetti. Una volta mi disse cosa fare per marcare un forte lungo avversario: «vedrai che non ci capirà più niente», mi diceva. Ebbe ragione.

  1. Negli ultimi anni, invece, i veterani eravate voi…

Il nostro momento più esaltante. I grandi esperti avevano preso altre strade, il compito di guidare i giovani esordienti spettava a me, Gianluca Sciretti e Domenico Canu. Senza alcuna pretesa, senza i favori del pronostico, arrivammo a vincere la semifinale di playoff con Sinnai, allora seconda forza del campionato di serie D. Una squadra di giovani olbiesi che non aveva paura di nulla. Noi “esperti” eravamo aiutati da Fabrizio Monaco e Pietro Navone; gli altri erano i giovani del gruppo 1999-2000, con il nostro Pietro Deledda che  a quel livello era devastante in tutta la Sardegna. Sì, a parte lui forse non c’erano fenomeni, ma insieme eravamo una bomba.

  1. Una vittoria in particolare?

A parte quella di Sinnai, sicuramente i derby vinti con la Santa Croce. Quello del 2013, forse la prima volta che succedeva a livello di prima squadra. Ma soprattutto quello del 2015. Senza due leader del quintetto base, vincemmo allo scadere con un dai e vai tra Ciro Rapuano e Antonio Piredda: un gruppo di ragazzini che riusciva a competere contro veterani che avevano alle spalle anni tra campionati i nazionali. Partite tese e all’insegna del rispetto, tanto pubblico: davvero delle belle soddisfazioni…

  1. Due anni fa un brutto infortunio al tendine d’achille: com’è stato affrontarlo?

Era il 29 marzo 2022. Ho i brividi ancora adesso se penso alla prima sensazione dolore, soprattutto dei primi secondi. In quei momenti passa il mondo davanti, pensi subito alla difficoltà di un eventuale recupero, alla famiglia, al lavoro. Anche perché non siamo professionisti e giochiamo solo per divertimento. Probabilmente fu l’usura, il fatto di aver trascurato involontariamente alcuni fastidi nei giorni precedenti: avevamo giocato solamente due giorni prima, era un recupero di martedì sera, nel campo di Padru. Forse era il sipario di una stagione maledetta, con enormi difficoltà nel trovare una palestra, allenarci e giocare.

  1. E ora come stai?

Sicuramente molto appesantito! Ho ripreso in mano la palla esattamente 553 giorni dopo l’infortunio: è stato davvero come ritornare a casa, una sensazione bellissima. Anche se nemmeno i medici erano totalmente d’accordo, mi è tornata subito la voglia di giocare e divertirmi. Per chi è abituato a fare sport, allenarsi aiuta soprattutto a liberare la testa.

  1. Cos’ha rappresentato per te, olbiese, giocare per l’Olimpia?

Essere parte di una famiglia, ormai con la sua storia. Il fatto che ne abbia fatto parte da capitano, per tantissimo tempo, è stato un onore ma anche un peso importante. A parte qualche protesta di troppo, sentivo il compito di essere sempre positivo, aiutare i miei compagni, dare un sorriso (e qualche strigliata) a tutti. Una bella responsabilità.  

  1. E la scuola Mimmino Sciretti?

Più che una scuola, l’esercito. Lo considero un grande maestro, ma soprattutto una grande persona. Certo ha un carattere molto rude, non tutti riescono a comprendere il suo metodo o sono disposti a farlo.

Ora sono grande e ascolto, ma fondamentalmente resto un testardo: in passato, dei suoi consigli (sì, anche delle urla) prendevo solo ciò che mi piaceva; del resto mi arrabbiavo. Ma so che faceva tutto parte del mio processo di crescita come giocatore e come uomo. 

Soprattutto nel momento dell’infortunio, è stato straordinario: mi ha aiutato, assistito persino nelle piccole cose, supportato come uno di famiglia. Gli sono davvero grato.

  1. Ora hai iniziato il percorso da allenatore, al seguito dei giovani under17. Come vedi il gruppo 2007-2008? Che insegnamento vorresti che prendessero?

Ragazzi appassionati ed educatissimi: non capita da tutte le parti di proporre un allenamento facoltativo e vedere l’intero gruppo presente. Presi singolarmente, hanno sicuramente più talento offensivo di me, ma sono ancora poco smalizati. Io e Gianluca siamo lì per dare un consiglio e aiutarli: devono ascoltare e continuare a lavorare, come stanno facendo.

  1. Ma quindi tornerai a giocare?

Se reggono i tendini, certamente. Anche domani.

La sfida è lanciata. Il capitano non molla.

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